Su Sciradi ospitiamo sempre storie di giovani che rendono bellissima la nostra terra. Oggi abbiamo scelto un talento, e non scriviamo “talento” a caso.

E’ un giovanissimo scrittore cagliaritano, studente al Dettori: si chiama Matteo Porru, ha quindici anni e già quattordici libri all’attivo.

-Ciao Matteo, cominciamo così: presentati in quindici secondi per gli amici di Sciradi.

Non sono una persona con un carattere facile, né tantomeno uno che segue le masse. Ma adoro raccontare quello che vedo, soprattutto se è fuori dal comune. Bazzico spesso nei sogni e mi ci ritrovo: penso non ci sia niente di più bello.
-Cosa ti ha portato alla scrittura?
La voglia di raccontare tutto quello che ho visto e provato sulla mia pelle, dalle emozioni più intime a quelle più evidenti. E’ stato un percorso a tappe, il mio: prima volevo fare l’attore, poi il regista. Nessuno dei due era facile, per un bambino che al tempo aveva appena nove anni, anche se ero riuscito a creare qualche filmato elementare, che avevo poi condiviso su YouTube. La mia casa produttrice era la “Filmatteo”. Quando poi ho trovato la forza nelle parole, ho iniziato a parlare, anzi, a scrivere. E a pensarci bene adesso, non avrei potuto fare scelta migliore.
-C’è un filone che contraddistingue i tuoi libri?
Non te lo so dire con certezza. Sono passato dal raccontare la mia storia a raccontare storie che di mio hanno ben poco. Ho sempre cercato, però, di rendere almeno un personaggio affine a me. La cosa che unisce tutti i miei scritti forse è l’elemento del dubbio, l’incertezza. Poi, personalmente, adoro raccontare la storia di persone anziane, e sono quelle nelle quali, stranamente, mi immedesimo di più, perchè sono quelle più emotive e profonde, fatte di ricordi. Ecco, un altro elemento che si trova spesso è il dolore, che putroppo conosco bene, in tutte le sue sfaccettature. Ma ogni libro, e ogni storia, è unica.
Come nasce per te un libro, anzi una storia? Quali momenti e suggestioni ti aiutano a trovare le parole?
Da qualsiasi cosa: da un suono, da un bacio, da una storia che ti hanno raccontato, da un saluto, da un sogno, da una persona, da un volto. Nasce dentro, in maniera confusa, caotica, e spesso devi fermarti a pensare cosa ti sta venendo in mente. Ricostruisci tutto passo per passo, ma senza completare il quadro. La storia va avanti scrivendola, ed è soprattutto quando la scrivi che ti vengono in mente aspetti originali, quando vai a plasmare il corpo. Poi, quando hai finito, respiri. Guardi tutte le pagine e ti rendi conto che è partito tutto da qualcosa di effimero. In quel momento mi viene spesso la pelle d’oca.
-Ci sono pagine o persone o frasi che ti hanno ispirato?
Tante persone, davvero tante. Soltanto grazie alle persone riesco a scrivere, grazie ai loro consigli e a tutto quello che fanno per me, o contro di me. Adoro conoscere nuove persone, osservarle, e attingere da tutto quello che ho intorno materiale da aggiungere ad un personaggio. In molti pensano che uno scrittore inventi tutto, da cima a fondo. Ebbene, la verità è l’esatto opposto: ogni autore guarda prima di scrivere, passeggia, pensa, prende da tutto qualcosa da scrivere nel suo libro.
-Cosa ci possiamo aspettare dal tuo ultimo lavoro, The Mission?
La versione integrale di The Mission è un concentrato di emozioni, con nuovi personaggi, una storia più intricata e avvincente, imprevedibile e speciale, come è stata la mia vita. Aspettatevi un’altra prospettiva di romanzo, ampio ed emozionale. La storia che ho deciso di raccontare quando ho scritto il primo “The Mission”, la bellezza di quattro anni fa, era la mia. In questa nuova versione, che sarà pubblicata da LaZattera edizioni, c’è un panorama più ampio, che un Matteo di 9 anni non poteva considerare. E’ un romanzo vero in tutto e per tutto, una storia costantemente in evoluzione, drammatica e amara, ma allo stesso tempo dolce e intrigante. A voi, dopo la lettura, trarre le vostre considerazioni!
– Alcune parole e le suggestioni che ti creano: cos’è per te il viaggio?
Rappresenta la scoperta interiore ed esterna, la conoscenza dei limiti e i metodi per superarli, la libertà chiusa in un metro e settantacinque di altezza che però ti permette di spaziare. Si può viaggiare fisicamente ma anche mentalmente, con la fantasia, e spesso sono quelli i viaggi più belli.
– L’amicizia?
E’ un legame incredibilmente forte, coeso, basato sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di esperienze di vita quotidiane, intriso d’amore forse più intenso dell’amore stesso, duraturo nel tempo. L’amicizia è avere una spalla su cui piangere, ed essere tu stesso quella spalla, è ridere e piangere insieme, una lunga, folle e pazza corsa sulle montagne russe.
– Se ti dicessi futuro?
E’ sempre stato un punto interrogativo, e sebbene si cerchi di programmarlo, è imprevedibile. Bisogna vedere una figura cupa della valle senza fondo, intrisa nel nero dell’incertezza, ma anche una luce di speranza. E’ una visione soggettiva, completamente soggettiva, come chi veder il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Io ci vedo entrambi, che vivono in simbiosi, la luce e le tenebre.
– La tua città, Cagliari?
Cagliari è una città che, come tutte, ha una storia immersa nella cultura: nasconde i suoi segreti, è aperta e timida allo stesso tempo. Non è la mia città ideale, ma quando bazzico per il castello ne rimango affascinato, mi attira, in qualche modo.
– Altra suggestione: l’amore
L’amore è tutto quello di cui siamo fatti, senza amore e senza emozioni siamo solo carne che fa in putrefazione. Ci anima, ci fortifica, ci eleva e ci fa precipitare, anima la vita, insomma. E’ una emozione che fa da burattinaia, che ci controlla, e noi, passivi, non possiamo fare altro che lasciarci guidare. Ma non ci controlla come tanti Pinocchio, ma quasi con la mano fatata di una madre, che conosce i nostri punti deboli, ci fa sognare, baciare, fa esprimere tutto l’amore toccandosi, corpo su corpo. Fa abbracciare, litigare e perdere. Senza amore non siamo niente, non saremmo qui, senza l’amore, senza quel pathos che ogni volta ci fa generare e dare alla luce nuove vite. L’amore c’è sempre stato. E chi ne è privato rimane vuoto, cavo, non ne conosce il sapore, e nemmeno la brezza di quando, dopo aver baciato la tua amata, prendi il volo, e non hai bevuto la RedBull!
-Tantissimi ragazzi non leggono, men che meno scrivono, quanto perdono?
Davvero tanto. Leggere è imparare, sognare, vivere mille vite, diventare immortale e rendere vivo un personaggio. Scrivere ti da un potere quasi divino di dare vita ad un mondo, di far vivere delle vite, in molti non se ne capacitano. Scrivere e leggere sono due ottimi strumenti con i quali sfogarsi, e rilassarsi. Un libro è una macchina del tempo, un uragano di inchiostro che diventa un meraviglioso palcoscenico. Non leggere un libro, o scrivere, è rimanere imprigionati in una vita e in un corpo, quando ognuno di noi può essere, come diceva Pirandello, uno, nessuno, o centomila. Dipende tutto da noi.
 -Cosa significa, da giovane, dover lottare con una malattia? Cosa puoi dire alle persone che soffrono?
Invecchiare. O almeno, questo è l’effetto che ha avuto su di me. Ti fa maturare prima, troppo presto, e non riesci più a goderti le gioie della vita come vorresti. Ma proprio per questo ti tempra, ti fa vivere, perchè di vita ne abbiamo una, e non regala niente; mi ha fatto capire cosa vuol dire amare qualcosa, gioire per le piccole cose, anche se francamente mi sono dimenticato come si fa. Ti plasma un carattere da attaccante, una tigre pronta ad azzannare. Quando sei piccolo (come me, che di anni ne avevo due e mezzo) e devi scontrarti con un problema più grosso di te, lasci ogni certezza. Da lì in poi sei nelle mani dei medici, e di Dio. Come va, va. Però mi sono anche divertito, ho preso tanta “magia gialla” (così mia madre chiamava la chemio). Ai malati di oggi posso dire solo una cosa, che vale per tutte: sognate, dimenticatevi dove siete, cosa state subendo, ma reagite, splendete, siate fieri di quello che siete, godetevi ogni minuto. E se non siete in grado di farlo stando in piedi, sognate musiche, film, storie. E l’unica cosa che salva in quei momenti è credere, come scrivo in “The Mission”, che sia tutto un grande gioco.
-Cos’è per te la scrittura e quanto la scrittura può aiutare a vivere meglio?
La scrittura per me, da semplice strumento con il quale sfogarmi, è diventata pane quotidiano. Grazie a lei oggi non mi tengo più niente dentro, esplodo, mi sfogo, mi diverto, e adoro farlo. Per gli stessi motivi è utilissima per vivere meglio. In molti scrivono, e basta anche scrivere un tema o una pagina di diario per buttare tutto fuori. Adoro scrivere, e penso che non ne farò mai a meno: è una delle cose più belle del mondo.
-Fuori dai libri, chi è Matteo? Cosa fa? Cosa vorrebbe fare?
Matte (guai a chiamarmi Matteo!) è un ragazzo normale, un po’ fuori dalle righe, sempre vestito in giacca e cravatta. E’ un sognatore e uno che raramente vede le cose oggettive, uno che si affeziona facilmente alle persone. E’ un fratello maggiore, che per il fratello butterebbe giù il mondo, è un figlio e un nipote. E’ uno che, quando si innamora, non capisce più niente, e non sa prendere le cose alla leggera (dovrò imparare a farlo!). Matte va benissimo a scuola, ha tanti amici, grandi e coetanei, e adora passeggiare da solo. Gli piace ascoltare quasi tutta la musica esistente (fatta eccezione per reggae e reggaeton e rap). E’ un ragazzo che compone pezzi al piano, o almeno tenta di farlo, uno che ama il teatro, il cinema, il Veneto (Venezia è la mia seconda casa, patria di mia madre) e ama sperimentare, creare. Matte vorrebbe fare di tutto, ma sa che tutto, purtroppo, non si può fare. E’ anche uno che non sa aspettare, anche se nella vita ne ha passate tante di ore in sala d’attesa. Per il resto, è come tutti, anche se si lamenta spesso come un vecchio. Dentro lo è, e la gente spesso lo nota. Sono sempre stato criticato per essere diverso. Mi ritenevo un fallito, mi facevano credere che lo fossi. Ma mi sono rifiutato di esserlo.
-Guardiamo il futuro, anche se è già interessante il presente. Prossimi progetti?
Tanti libri, tante storie che un giorno, spero, prenderanno forma e vita. Ma potrebbe accadere di tutto, potrebbe inventarsi di tutto uno come me. Potrei svegliarmi domani e decidere di scrivere un libro insensato, folle…non so cosa aspettarmi! L’unica cosa che so è che sono felice di essere me stesso, senza filtri o trucco. Sono fiero di essere un estroverso. E sono Martina, una bambina di dieci anni; Marco, un ragazzo che si è baciato con una ragazza sotto la pioggia; sono Guglielmo (anzi, Willy), sono una violoncellista di Hollisley, sono una ragazza che ha paura di rivelare la sua sessualità; sono Ahmed, un immigrante che è scappato dalla Somalia, sono la signora Leonardi, che sogna un incubo. Sono e sarò tante persone, vivo e vivrò tante vite. Quella che però preferisco è la mia, quella vera, che mi fa piangere e ridere, e mi fa ricordare che, in fondo, è tutto uno spettacolo mozzafiato.