A noi italiani non piace fare le cose per bene. Non ci piacciono i conformismi (bugia), nemmeno quando si tratta di istruzione e formazione giovanile. Non ci bastano le castigate dell’Europa che ci dice: “Attenti, la crisi economica si fa sentire, ma bisogna attuare i tagli con criterio”. Non ci bastano i dati dell’Ocse che attestano che gli studenti italiani risultano al 36° posto su 57 paesi (30 paesi europei e 17 paesi del resto del mondo), mostrando incapacità di ragionamento e scarsa attitudine allo studio. Non ci basta la percentuale del 21%, tra l’altro la più bassa in Europa, che attesta che solo 1 studente su 5 completa gli studi e si laurea.  Sembra quasi che non ci piaccia la matematica, se risulta così complicato dare un giusto peso ai dati. Non sarebbe una novità.

Un buono, se non ottimo, sistema scolastico e universitario, garantirebbe all’economia e al benessere dei cittadini uno sviluppo non irrilevante. Il primo passo, a mio parere il più importante, necessita un’unione tra diritto formale e sostanziale nel “…rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 Cost.). Aumentando il numero degli studenti propensi a e vogliosi di studiare, matematicamente aumenterà la percentuale degli studenti che completeranno gli studi liceali e universitari. Le agevolazioni fiscali devono essere poste con criterio e devono essere usufruibili per chiunque, e soprattutto devono realmente “agevolare” e non limitare un piccolo costo nell’economia di una famiglia.

Il secondo passo, che segue il primo, viene da sé. Un più alto numero di laureati e di studenti con un grado di formazione sufficiente, aumenta la produttività di una nazione, di conseguenza il benessere della società e l’economia di un paese (per non parlare del Pil procapite). Non ho grandi competenze per argomentare un tema del genere, ma fortunatamente per chi fosse scettico, queste, non sono idee mie. Sono fatti riscontrabili e dati accertati. Se si produce più di prima e si offrono beni e servizi agli stessi costi, c’è un guadagno nelle entrate pubbliche dello stato. Quel capitale in più, potrebbe essere pareggiato da una riduzione delle tasse in favore dei cittadini. I cittadini si troveranno il portafoglio alla fine del mese non totalmente vuoto e di conseguenza anche l’aumento dei consumi non sarebbe più un sogno ad occhi aperti.

E’ ovvio, non siate precipitosi né stupidi, non è cosi facile come l’ho raccontata io. Tuttavia quello che lo stato investe nell’istruzione, torna sempre. Non è un terno al lotto, è un contratto sicuro a lungo termine. Quando si investe in questo settore i soldi non sono mai buttati e ciò che ritorna ha più valore di quello che si ha investito.

L’istruzione non ha solamente valore personale, non aumenta il soddisfacimento della persona che mira alla propria formazione. L’istruzione, ormai, è l’unico potere che abbiamo per decidere su noi stessi. E’ una componente vitale nel motore dell’economia. Le sue esternalità non sono che positive e non è fantascienza (avete sentito laggiù a Montecitorio?!).

D’altronde, se chi decide al posto nostro di istruzione non ne ha mai vista l’ombra, trovo difficile un cambiamento in tempi recenti.

Ma la speranza è l’ultima a morire.

Tommaso Lai