L’illuminazione e poi gli anni di studio. Gli anni milanesi, la voglia di mollare tutto e quella di tener duro.Così si racconta Riccardo Martucci, giovane avvocato cagliaritano, protagonista del nostro spazio sui cagliaritani che hanno fatto della propria passione una professione. In questo caso, forense.

Amo ed ho sempre amato gli autori sardi ed, in generale, ogni manifestazione di sardità. Le mie letture sono sempre state identitarie. Fin dalla scuola mi è stato insegnato a leggere i classici degli autori sardi. Mi sono, quindi, cimentato con letture via via più impegnative, per poi approfondire singoli temi. Un testo che mi ha forgiato è sicuramente “Il codice della vendetta barbaricina” di Antonio Pigliaru. La voglia di saperne di più mi ha portato a decidere di affrontare il corso di studi in giurisprudenza, così permettendomi di affiancare alle letture quotidiane le conoscenze tecniche necessarie a comprendere certe dinamiche locali. Affascinanti, al riguardo, gli appunti di vita forense di un noto avvocato penalista sardo: Gonario Pinna”. Questo l’incipit della nostra intervista, le motivazioni che hanno portato Riccardo al mondo delle leggi.

E’ stato difficile diventare avvocato?

Può capitare che per circostanze varie, anche personali, uno studente universitario incontri fasi positive, che spronano ad andare avanti, e fasi negative, che fanno venire in mente l’idea di mollare tutto. Credo che tale periodo rappresenti il maggior ostacolo al raggiungimento della realizzazione professionale a causa della cronica carenza di qualsivoglia collegamento tra lo studio e la pratica forense. In Italia manca una visione formativa d’insieme, che racchiuda teoria e pratica in un unico percorso a partire dai primi anni di università.

In ogni caso, solamente con una pratica attiva si comprende il risvolto pratico delle materie affrontate nel corso di studi ed io in ciò sono stato fortunato. La preparazione all’esame di Stato, poi, è fondamentale. La prova, di per sé, non è particolarmente complicata, ma ricordo che per accostarmici con un buon grado di sicurezza ho dovuto studiare parecchio.

Come è stato per te il periodo di pratica, come l’hai vissuto?

Intenso e gratificante. Ho avuto fortuna perché sono stato accolto da un dominus [l’avvocato presso il quale si segue la pratica N.d.R.] che ha da subito riposto in me fiducia e che non mi ha mai fatto sentire un ‘corpo estraneo’ rispetto allo studio legale. E’ stata una fortuna “cercata” perché, dopo appena tre mesi di pratica svolta presso un altro studio, non sentendomi particolarmente responsabilizzato, ho deciso di cambiare dominus e la scelta si è dimostrata vincente. Nella nuova realtà sono stato immediatamente coinvolto ed ho avuto modo di affrontare temi complessi nelle materie più disparate. Anche di fronte alle difficoltà sono sempre stato spinto a cavarmela da solo. Devo molto a chi mi ha forgiato, soprattutto nella capacità di rispondere alle esigenze del cliente.

Con riferimento alla pratica, cosa consigli ai giovani laureati?

Non è facile prendere decisioni, specie se si rischia di deludere qualcuno. In certi casi bisogna essere cinici e non perdere tempo. Consiglio a chi si accinge ad iniziare il periodo di pratica di valutare scrupolosamente e costantemente il livello di insegnamento che si riceve. E’ fondamentale entrare in contatto con i clienti: imparare a riceverli in studio, ad ascoltarli, a raccogliere le informazioni utili ed a scartare quelle inutili. Se il vostro dominus consente tutto ciò, bene. Diversamente, non perdete tempo e cambiate studio.

Come sono stati i primi anni di professione?

Non facili. La prima volta che mi iscrissi all’Albo, nel 2008, ho giusto fatto in tempo ad aprire fisicamente lo studio per poi chiuderlo il giorno stesso! Difatti, parallelamente alla preparazione dell’esame di Stato, effettuai alcune prove di selezione per il ruolo di liquidatore sinistri per conto di un primario Gruppo assicurativo. Mi chiamarono per offrirmi un posto di lavoro proprio il giorno di apertura dello studio. Così decisi di chiudere lo studio, richiedere la cancellazione dall’Albo e partire immediatamente per Milano, mia nuova destinazione, lasciandomi tutto alle spalle. Fu la scelta più dolorosa della mia vita.

Com’è stata l’esperienza milanese?

Certamente forgiante. Ho ricevuto molto, soprattutto in termini di preparazione per una materia che adoravo: la responsabilità civile derivante dalla circolazione stradale. Ho imparato ogni trucco, ogni segreto e sfumatura della pratica liquidativa. Ho avuto modo di confrontarmi con compiti gravosi, occupandomi di una regione ostica quale la Campania. Ho acquisito la celerità nel lavoro e nelle scelte, cosa che chiaramente oggi mi agevola nella professione che svolgo, ove molto dipende dalla capacità di esame, sintesi e scelta della soluzione migliore “in tempo reale”.

Cosa ti ha spinto a tornare in Sardegna?

Come ho già detto, sono molto attaccato alla Terra sarda. Così come alla mia famiglia d’origine. L’idea di costruirmi una nuova vita a Milano non mi è mai andata giù. Ho investito due anni del mio tempo in quell’avventura. Avrei voluto tornare in Sardegna per svolgere il mio lavoro di liquidatore, ma la cosa non sembrava realizzabile. Così ho deciso di fare la scelta più pazza della mia vita: lasciare, in tempo di crisi, un lavoro stabile e ben pagato per ricominciare daccapo da dove avevo lasciato. Ho caricato tutto in macchina e prenotato i biglietti. Son tornato a Cagliari ed ho aperto il nuovo studio legale.

Scommessa vinta o scommessa persa?

Inizialmente tutti mi hanno preso per matto. Lasciare il certo per l’incerto, soprattutto in un tempo quale il nostro, è singolare. Spesso le scelte di vita debbono essere razionali, a maggior ragione quando c’è in gioco il proprio futuro. Proprio per quello sapevo che non avrei dovuto né potuto fallire. Ho davvero messo tutto me stesso in questa nuova avventura. Ogni giorno è stato speso bene, tra lo studio dei casi, la cura delle pratiche e l’ascolto dei clienti.

Oggi raccolgo i primi frutti del mio sforzo: i clienti sono soddisfatti e decidono di affidarmi altri incarichi; cominciano a presentarsi in studio i conoscenti dei primi clienti; il giro si allarga ed il mio nome sta cominciando a ‘circolare’. So che questo è un buon segno.

E’ difficile emergere come avvocato nel nostro panorama?

In Sardegna operano stabilmente più di 5000 avvocati. Siamo in tanti, forse troppi. La mia generazione ha sofferto e soffre di tale presenza e dei conseguenti margini ridotti di operatività. Certo è difficile ipotizzare che le cose possano andare bene per tutti; proprio per questo ciò che conta è la volontà e l’impegno nel portare avanti il proprio progetto professionale. Solo la qualità fa la differenza.

Molti colleghi ritengono che la scelta migliore sia quella della specializzazione in singoli rami del diritto. Io ritengo, invece, che occorra essere disponibili ad affrontare ogni materia, studiare ogni caso, ricostruire ogni sfaccettatura, ogni particolare utile alla soluzione del singolo caso. La collaborazione tra giovani colleghi è indispensabile. Spesso le soluzioni condivise sono quelle vincenti. Ma laddove non si riesca a raggiungere una strategia comune, in quel preciso istante bisogna essere in grado di prendere una decisione. Comunque.

Cosa consigli a chi oggi intraprende la professione di avvocato?

Nessuno vi verrà a cercare perché avete una bella targa esposta fuori dalla porta dello studio. I primi anni bisogna muoversi parecchio. Se credete che tutto vi sia dovuto, optate per un’altra professione o per un altro campo. Se credete che la vostra brillante carriera universitaria vi apra la strada verso una carriera sontuosa, state perdendo tempo.

Quali progetti per il futuro?

Credo che l’ambizione porti qualunque professionista a desiderare di affermarsi nel più breve tempo possibile. Io credo che i risultati migliori debbano arrivare nei dovuti tempi. E’ necessario essere razionali in tutto. Spero in un futuro prossimo di poter crescere ulteriormente, di potermi dotare di validi collaboratori.

Ho sempre ritenuto che una delle qualità imprescindibili di un buon professionista sia la reperibilità. Chi ha necessità di un parere, chi deve risolvere un problema non vuole sentirsi dire che c’è bisogno di attendere. Neppure un giorno. Ed io, come legale, dovrò garantire in ogni tempo la disponibilità immediata che ho sempre cercato di offrire. E ciò anche quando lo studio avrà assunto dimensioni più importanti. Perché non ha senso crescere se poi non si rimane efficienti.

Fuori dalla professione com’è l’avvocato Martucci?

Il mio tempo libero lo passo con gli amici. A volte mi ritrovo a girare per i vicoli di Cagliari, prestando attenzione ad ogni frammento della città. Mi piace camminare e cerco di raccogliere ciò che la città offre: i suoi scorci, i suoi odori, le lingue e gli accenti che cambiano, il profumo del mare ed il rumore del vento. Mi piace anche viaggiare: appena posso, parto e cerco di conoscere più che i posti, le persone, gli stili di vita. Leggere è importante per viaggiare con la fantasia.Scrivere è un sogno, ma non ho abbastanza tempo per farlo.