Qualche giorno fa ho avuto il piacere di intervistare Emanuele Frongia, noto proprietario del Preep e del Major, più conosciuto da tutti come Lele, semplicemente. Perchè lui è così, è semplicemente Lele, per tutti o quasi, vecchi e nuovi frequentatori dei suoi locali che, più che locali, sono grandi famiglie nelle quali chiunque entri a far parte anche solo per caso si sente subito a casa.

Ma chi è Lele Frongia e qual è stato il cammino che l’ha condotto fino a diventare quell’allegro ragazzone che accoglie i suoi clienti come amici dal primo istante, coinvolgendoli in qualunque gioco o piccola follia senza fare eccezioni?

Nato negli anni settanta in una Cagliari in crescita ma ricca di contraddizioni, ha vissuto appieno la periferia della città, giocando in strada coi bambini della sua età, conoscendo già da piccolo una certa indipendenza e l’esigenza di inventarsi e farsi da sè. Non era il più forte e nemmeno il più veloce, ma era ricco di inventiva e di voglia di fare. Piccolo nerd appassionato di videogiochi, passava ore giocando col Commodore 64 e questo gli ha dato modo di iniziare ad avere un ottimo approccio con la lingua inglese e con l’idea che ci fossero regole precise da seguire.

La sua

infanzia prosegue tra alti e bassi, in una famiglia che seguiva l’altalenante periodo economico, passando da momenti sereni a momenti di crisi, ma senza far mancare mai nulla al giovane Lele che come tutti i ragazzini desiderava abiti firmati e lo scooter, cose arrivate ben presto.

Frequenta scuole vicine a casa sua e già dalle elementari si ritrova a fare i conti con una certa rigidità degli insegnanti che con metodi spesso poco ortodossi fanno in modo che i bambini apprendano il rispetto per la loro figura e verso il ruolo che ricoprono. Alle mie smorfie di stupore Lele ha risposto che quei metodi in fondo sono risultati realmente educativi ed erano intervallati da momenti in cui lui e i suoi compagni venivano premiati per il buon andamento scolastico. Come si suol dire bastone e carota, a scuola come a casa.

Dopo aver frequentato una scuola elementare normalissima, arriva l’iscrizione al conservatorio per studiare l’allora odiatissimo violino e successivamente il pianoforte, col quale accompagna la propria voce della quale si vergogna. La musica ha avuto un ruolo

importante nella sua vita, è come una seconda lingua attraverso la quale si può far emergere una parte nascosta di sè, ci si può esprimere come non si riuscirebbe altrimenti.

Dopo un tale percorso arriva quello che si potrebbe definire un errore, una scelta sbagliata per le scuole superiori: l’iscrizione ad un tecnico, il Leonardo Da Vinci. Tutti i suoi amici si erano iscritti nei licei e lui, che aveva una formazione classica, ancor di più considerando gli studi in conservatorio, si era ritrovato ad iscriversi forzatamente in un tecnico. Ora, col senno di poi, Lele ritiene che in fondo sia stata un’esperienza che abbia forgiato il suo carattere e che gli ha dato modo di conoscere una certa competitività insita in lui e il bisogno di farsi valere. Dopo poco tempo si trasferisce al Martini dove conclude i suoi studi. I tempi del Martini gli regalano nuove lezioni di vita, tra studenti turbolenti e insegnanti molto severi, tra i quali ricorda un professore estremamente severo, “con le palle” -dice Lele- un conte decaduto tutto d’un pezzo ed estremamente in gamba.

La sua adolescenza scorre tra i sacrifici e il divertimento. Lele infatti lavora dai 14 anni maturando esperienze di vario genere, dal barista a Marina Piccola, ai lavori svolti “facendo la stagione” d’estate, i mercatini in viale Ciusa e al Bastione, il manovale in Toscana, il pr in discoteca per Massimo Melis. In quel periodo si accomunava ai dettorini, non identificandosi con gli alternativi.

A 18 anni dopo il diploma prosegue facendo il pr e lavorando nelle discoteche come barman e banconiere, imparando molte cose che gli saranno utili a Londra, dove “si rifugia” tre mesi, partendo dall’idea di rimanerci due settimane. Si ritrova in una Londra unica, incredibile e decide di lavorare come cameriere per poter vivere in quella città favolosa in cui ascolta Puff Daddy, acquista cd alla Tower records e si sente al centro del mondo. Il primo tentativo non va a buon fine e la sua lentezza e l’inglese poco comprensibile lo portano al licenziamento. Ma per uno strano e fortuito caso, dopo aver insultato in sardo il proprietario del locale, una voce familiare, sarda lo ferma per sapere di dove sia e gli propone di lavorare in sala.

Ma ad un certo punto l’incanto viene spezzato da una chiamata del padre che lo informa di essere stato richiamato alle armi. L’unica soluzione per evitare il servizio militare è quella di iscriversi all’università e da qui la scelta di frequentare

Scienze politiche. L’impatto si dimostra particolarmente strano, forte, si sente immerso in un ambiente completamente nuovo e non si sente appagato dal mondo universitario, se non per la possibilità di conoscere tante persone diverse tra loro, con sogni comuni ma anche molto lontani tra loro. Ciò che non apprezza dell’università sono gli esami, l’offerta formativa scarna e spesso piatta, di dubbia utilità ed anche i metodi di valutazione degli insegnanti, spesso legati a simpatie ed antipatie, più che all’effettiva preparazione dell’alunno e questo ha comportato per lui una certa demoralizzazione, un disincanto, che lo hanno portato a tornare a Londra dopo pochi mesi.

Il suo ritorno nella splendida metropoli lo conduce a vivere alla grande lavorando per uno dei ristornati più in vista di Londra, Sartoria, tra vip, champagne e divertimento. Ma è un breve ritorno perchè la triste scomparsa del padre lo costringe a tornare e ad impegnarsi per la famiglia, prendendo in mano molte situazioni difficili e dovendo pensare anche a finire gli studi.

Lele mi racconta un sogno, molto particolare e significativo, che l’ha segnato e l’ha colpito al punto di diventare un enorme motivo di riflessione. Una notte sogna di essere morto e di incontrare la morte, una donna bellissima che gli domanda cosa voglia fare della sua vita e la sua risposta nel sogno è “solo essere felice”. Questo sogno, che lui a distanza di anni non dimentica, lo porta a ragionare profondamente e da questo momento, a 25 anni, decide di dare una svolta alla propria vita e si attiva per finire velocemente gli studi dando 12 esami in poco tempo, giungendo a preparare con passione la sua tesi di laurea, una tesi che lo inorgoglisce e che ha dedicato a suo padre. Lavorava di notte e studiava di giorno, ma

dopo tanti sacrifici giunge alla tanto attesa laurea che lo rende felicissimo e fiero. Ma si corica sugli allori per pochissimo tempo perchè già dopo pochi giorni si fa cogliere dal panico e si ritrova a non sapere che fare della propria vita. Dopo tre mesi passati lavorando per l’inail come uno schiavo, inizia a collaborare con associazioni quali AIEC e Tdm 2000 e grazie a queste esperienze inizia a sviluppare conoscenze utili a livello imprenditoriale, che  lo portano nel 2006 a dar vita al Preep, circolo visto come una grande famiglia nella quale lavora divertendosi e ottenendo grandi soddisfazioni. Ieri come oggi.

La conoscenza

di Marco Sulis, presidente regionale Confesercenti lo porta a capire cosa sia un’impresa e da questo incontro nasce il Major, dopo aver gestito per due anni il Calypso e aver lavorato col gruppo Spiga aprendo il Dharma d’estate. Oltre queste importanti esperienze entra a far parte del gruppo Fiepet di Confesercenti e presiede una commissione al momento priva di fondi, che si occupa di aiutare i giovani che vogliano fare impresa.

La sua fortuna -dice- è stata quella di conoscere bene Cagliari, di averla conosciuta nelle sue varie sfaccettature, di essere stato “un pò gaggio, un pò trendy, un pò tutto”. Ha imparato tanto da tante persone, come Andrea Pruneddu, insegnante di arti marziali, dall’associazione Tdm 2000, da tanti incontrati ed incrociati nel suo cammino. Grazie ai viaggi ed alle collaborazioni con la Tdm 2000 è diventato più internazionalizzato di altri, ha aperto la sua mente e ha fatto moltissimi progetti. Ha capito che per fare impresa è necessario capire le esigenze delle persone a cui si rivolge l’impresa stessa, che non si  può bluffare mostrandosi imprese di successo e dimenticarsi di quale sia l’obiettivo nel momento in cui si fa un servizio.

Lele ha tanti sogni, è ambizioso, ha “un grande casino in testa” e desidera fare qualcosa per gli altri, con entusiasmo, emozione, come quando da bambino voleva spaccare il mondo, perchè sacrificarsi per gli altri -dice- fa sentire bene se stessi. Da “grande” si vede impegnato politicamente, ma non nel mondo della politica di per sè. Si vede impegnato a non sopportare tutto ciò che attorno a sè non vada bene, nel lavoro come in amore e nell’amicizia.

Alla sua Cagliari, della quale è tifoso come afferma sorridendo, dedica qualche parola significativa: “Svegliati perchè ho bisogno di te, dell’orgoglio cagliaritano!” . Ormai ci si vergogna della propria sardità e molti tendono a cercare di imitare romani e milanesi. Lui invece ammirando il tifo verso la squadra del Cagliari, vorrebbe vedere anche numerosi tifosi di Cagliari, non soltano del Cagliari. Tifosi della propria città che aiutano anche le amministrazioni comunali e pronvinciali a fare qualcosa per la città, tifosi che si impegnano per la città in cui vivono e che si danno da fare per renderla migliore, perchè “i cagliaritani hanno un grande cuore”. Il problema di Cagliari -dice- non è tanto la politica, quanto noi stessi che non rispettiamo la nostra città come merita, non diamo il nostro aiuto e il nostro sostegno alle amministrazioni locali e non ci mostriamo impegnati come sarebbe giusto, per la nostra città, per le tante Cagliari, quella centrale, quella periferica, quella dell’hinterland. Dovremmo reinventare un modello in cui la comunità risorge grazie alla condivisione, che non si basi sul dare per avere.

Sul finire dell’intervista Lele ha detto che uno dei suoi difetti è la tendenza a ragionare più col cuore che con la mente e per quanto lo conosca poco e principalmente come cliente dei suoi locali, non fatico a credere che si lasci trasportare facilmente dalle emozioni. Ancor più dopo aver avuto il grande piacere di intervistarlo davanti ad un caffè per un’ora intensa e anzi, incredibilmente intensa, nella quale la mia voce raramente osava disturbare la sua che come un fiume in piena mi portava a riempire le pagine del mio bloc notes.

Ringrazio Lele per la bellissima e piacevole intervista e per essersi messo a nudo con estrema serenità per tutti i lettori di Sciradì!